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22 novembre, 2012

Immigrazione: i profughi salvano Riace dal declino


Flüchtlinge retten Riace vor dem Untergang
Testata : Zeit
Data di pubblicazione: 13 Novembre 2012
Articolo originale di Claas Relotius
Traduzione di Claudia Marruccelli per Italia Dall'Estero e Il Fatto Quotidiano

Mezza Europa chiude le porte agli immigrati, ma in Italia, un paesino di pescatori offre asilo ai profughi garantendosi così la sopravvivenza.

Belati di pecora giungono dai pendii rocciosi, dalla costa arriva il mormorio del mare e intanto da qualche parte l’utopia di Mimmo è diventata realtà – quella di un luogo che si distingue per l’ospitalità piuttosto che per i confini. In realtà Mimmo si chiama Domenico Lucano, ma nessuno lo chiama così, anche se è il sindaco di Riace, paesino di pescatori della costa calabra. Tre chiese per appena 1500 abitanti, per strada un paio di dozzine di polli e qualche cane un po’ acciaccato. Un posto così insignificante che nessun turista finisce qui, neanche per caso.Lucano ha proclamato patria dei profughi il suo paese natale, mentre mezza Europa tenta di arginare isolare i migranti clandestini imponendo confini sempre più invalicabili. “Nel nostro paese” dice Lucano “accogliamo i rifugiati a braccia aperte”. Oggi a Riace vivono più di 500 migranti, negli ultimi anni quasi un residente su tre è un immigrato. Nessuno possedeva un permesso di soggiorno o un documento di lavoro valido. Sono giovani uomini dalla Tunisia, dal Senegal ed Eritrea, donne e bambini dalla Siria e Algeria, fuggiti dai paesi di origine a causa della guerra e della povertà. Adama Kone, 33 anni, è arrivato due anni fa dal Mali, dove non riusciva più a trovare lavoro, per sfamare i suoi due figli. Oggi abita a Riace, ha una casa di proprietà e lavora nel garage annesso dove ha aperto una sua piccola autofficina. Tre stradine più avanti in un negozio di tessuti, lavora Fatma, una giovane afgana di 24 anni. E’ fuggita dalla sua patria a causa dei Talebani e ora fa la sarta e la tessitrice di tappeti a Riace. Riceve circa 600 euro al mese dal Comune, che le ha anche messo a disposizione gratuitamente una vecchia casa abbandonata. Gli abitanti del paese hanno anche aiutato Fatma a ristrutturarla e a renderla nuovamente abitabile. In cambio, per sdebitarsi, durante la settimana Fatma si prende cura dei loro figli o accudisce i parenti anziani malati di Alzheimer.


I rifugiati contribuiscono a ricostruire il paese“A Riace la solidarietà non è a senso unico”, dice il sindaco Lucano. “Cerchiamo di offrire ai profughi un’altra casa qui, e in cambio essi ci aiutano a tenere in vita questa casa”. I profughi, che altrove sono respinti perché clandestini, a Riace trovano lavoro, s’integrano nel paese e aiutano anche a ricostruire un luogo che 14 anni fa era quasi estinto. Il paese è collocato in una delle regioni italiane meno sviluppate. Una malinconica colata di cemento, lavori a bassa retribuzione e campo libero per la mafia. Per decenni la gente è scappata da qui, dei 3000 abitanti di una volta, a Riace oggi ne sono rimasti solo 800. Le ultime pizzerie e gelaterie del paese avevano chiuso i battenti. “La nostra amata patria” dice Lucano “era come un malato terminale che attende la sua ultima ora“. Poi è successo ciò che ancor oggi gli abitanti di Riace considerano un miracolo: la notte del primo luglio del 1998 un’imbarcazione con a bordo 218 curdi approdò sulla nostra costa. Erano in fuga diretti verso la Grecia, ma avevano perso la rotta. Mezzi morti di fame ed esausti per il freddo e la stanchezza, la maggior parte di loro aveva già perso ogni speranza. Lucano si diede da fare affinché i profughi venissero accolti e ospitati dalla gente del posto. Con il passare degli anni sono arrivati sempre più rifugiati, e lui si è accorto che avevano ridato vita alla sua città. Lucano ha chiesto un mutuo a favore del Comune, per poter ricostruire le case diroccate del paese e dare un salario ai migranti. Ha chiesto inoltre alla regione Calabria un’autorizzazione speciale per accogliere senza troppi cavilli burocratici i migranti. Secondo i dati della Croce Rossa Italiana la sistemazione di profughi nei campi di accoglienza in Calabria costa circa 55 euro al giorno pro capite. Riace invece necessita per ogni migrante solo della metà del denaro. “Perché i neoarrivati si ambientano rapidamente” dice Lucano. La sua ultima invenzione è l’euro di Riace, con cui i migranti, che a volte per ottenere denaro da parte del governo, debbono attendere anche fino a sette mesi, sono in grado di fare acquisti nei negozi del posto con una moneta locale, in modo da procurarsi l’essenziale per sopravvivere . Una volta arrivati i pagamenti pubblici, i negozianti possono convertire le monete locali con i contanti. I profughi inoltre hanno contribuito in questi ultimi anni al boom economico di Riace. Officine, panifici e parrucchieri hanno ripreso le loro attività. Le arti tradizionali della tessitura e della ceramica hanno ripreso vita e nel frattempo è stata riaperta persino una scuola, dove i bambini che arrivano qui, assieme ai propri genitori, apprendono le prime nozioni di italiano. “Gli adolescenti hanno bisogno di più tempo, per adattarsi qui”, dice la maestra Emilia, di 51 anni. Molti sono cresciuti in un paese dominato dalla guerra civile e dalle persecuzioni, e conoscono solo la vita della fuga. La maggior parte di loro ha solo bisogno di tempo, per realizzare che qui hanno trovato un luogo in cui possono restare stabilmente.


Inizialmente gli abitanti temevano di venire spodestati dal proprio paese.Anche i residenti hanno avuto bisogno di tempo per abituarsi ai molti volti nuovi nel proprio paese. In particolare erano quelli più anziani ad essere scettici. Alcuni temevano persino che la compassione del loro sindaco avrebbe causato alla fine la perdita del proprio paese. Ma più il paese rifioriva, dice Emilia, “più i dubbi scomparivano”. Oggi i vecchi Riacesi stanno a guardare i ragazzini africani che giocano a pallone sulla piazza del paese. Dalle panetterie che sprigionano profumo di pane fresco proviene musica araba e nei negozi di artigianato, dove vengono prodotti decorazioni e vasellame, lavorano nativi e stranieri, fianco a fianco. Tutta questa armonia è una spina nel fianco solo per la temuta ‘ndrangheta. La mafia calabrese, che ha saputo sfruttare per decenni la povertà di Riace, ha tentato fino ad oggi di sabotare la ricostruzione del paese. Poco dopo la rielezione di Lucano a sindaco, nel 2009, i mafiosi gli avvelenarono il cane e crivellarono con una dozzina di colpi le pareti della Trattoria Donna Rosa, dove Lucano era a cena con degli amici. Un paio di giorni dopo però, il sindaco fece affiggere un cartellone su cui si legge ancora oggi a caratteri cubitali: “Riace – città dell’ospitalità”. Due anni fa, per il suo impegno civile, Lucano è stato premiato con il World Mayor Award [lI premio del miglior Sindaco del mondo ndt]. A Riace lo hanno persino proposto per il premio Nobel per la pace, ma il sindaco replica: “ciò che conta di più è che la vicenda degli abitanti di Riace sia fonte un modello per tutti”. I paesi vicini di Stignano e Caulonia hanno già seguito l’esempio di Riace e ora stanno accogliendo anche loro i rifugiati. E nel frattempo il nome Riace arriva anche a Hollywood: nel 2010 il regista Wim Wenders è venuto in Calabria per girare un documentario sul problema dei rifugiati. Ma dopo aver sentito del paese dei rifugiati, ha deciso di raccontare la storia di Riace con una pellicola dal titolo “Il Volo”. “La vera utopia” ha dichiarato Wenders lo stesso anno, in occasione dei festeggiamenti per l’anniversario della riunificazione delle due Germanie, “Non è stata la caduta del muro di Berlino, ma la convivenza serena della gente di Riace”. In questo paesino senza nessuna attrattiva, tra brulle pareti rocciose e il mormorio del mare ho scorto un mondo migliore.
Il sindaco di Riace e Wim Wenders

02 novembre, 2012

Il silenzioso esodo dal Sud

DER STILLE TRANSFER AUS DEM SÜDEN

di Herbert Brücker
Pubblicato in Germania il 27 settembre 2012
Traduzione di Claudia Marruccelli per Italia Dall'Estero e Il Fatto Quotidiano


Secondo recenti sondaggi sempre più forza lavoro abbandona i Paesi del Sud Europa per stabilirsi in Germania. Questo può contribuire ad aggravare la crisi in Europa?

La crisi nei paesi meridionali dell’Unione Europea spinge sempre più persone ad abbandonare il proprio paese. Una larga parte di loro arriva in Germania. Nello scorso anno sono arrivati da Grecia, Italia, Portogallo e Spagna circa 37 mila persone, un numero ben superiore a quello dei cittadini tedeschi che sono emigrati dalla Germania in conseguenza della crisi del paese. L’anno precedente le cifre parlavano di 8 mila persone. L’aumento rilevante è sicuramente causato dalla profonda recessione che colpisce sempre di più i Paesi del Sud. L’elevata disoccupazione giovanile e il perdurare di una grave crisi economica in questi paesi potrebbero essere la diretta conseguenza di questa migrazione di massa. I primi dati di quest’anno lo confermerebbero.
I nuovi immigrati in Germania hanno ben poco in comune con i migranti che arrivarono nel paese all’inizio degli anni novanta. Si trattava allora soprattutto di lavoratori stranieri impiegati come semplice manodopera, mentre oggi spesso si tratta di lavoratori altamente qualificati. Secondo quanto comunica l’Istituto di Statistica tedesco, infatti, più del 40 percento dei migranti in età lavorativa hanno perlomeno una laurea, ben oltre la media nazionale tedesca. Numerosi studi statistici indicano che i nuovi immigrati trovano spazio nel mercato del lavoro, nell’economia locale e nello stato sociale tedeschi. Ma che importanza ha l’emigrazione per i paesi di origine? Si tratta solo di una perdita di capitali economici, oppure gli stati in crisi perdono anche capitale umano? Può essere considerata una fuga di cervelli? La crisi si aggraverà in tal modo?


Minore crescita legata all’emigrazioneSe così fosse, occorrerebbe riconsiderare i modelli sull’unione monetaria. Per il premio Nobel Robert Mundell un’elevata mobilità del lavoro è un presupposto importante per il funzionamento di un'unione monetaria. Mundell motiva così la sua teoria: se uno dei paesi membri crolla economicamente, la sua forza lavoro si sposta verso altri stati membri con condizioni di mercato del lavoro più favorevoli, fino a quando la disoccupazione e i salari non raggiungono lo stesso livello. Questo non solo porta ad un uso più produttivo del lavoro e quindi a una maggiore performance economica, consente anche una politica monetaria più coerente. L'emigrazione di lavoratori qualificati, tuttavia, ha un altro aspetto. L’economista Jagdish Bhagwati, esperto di commercio e sviluppo, negli anni settanta aveva già evidenziato che una fuga di cervelli qualificati, causa perdite economiche nei paesi di origine, che si sono assunti l’onere economico della loro formazione, mentre il reddito che potrebbe essere ricavato da questi investimenti in genere va a vantaggio dei paesi di destinazione.



Percentuali di migranti altamente qualificati (Hochqualifiziert) ma disoccupati rispetto alla popolazione attiva
 Anche il settore pubblico di questi paesi beneficia della migrazione, grazie ad esempio all’aumento del gettito fiscale. Bhagwati propone infatti di sottoporre a tassazione anche gli emigranti. Nuovi risultati sulla crescita e l'economia regionale mostrano anche che la migrazione di manodopera altamente qualificata può inoltre aggravare il divario delle possibilità di crescita tra gli stati del sud e quelli del nord. I redditi del sud più povero potrebbero quindi continuare a ristagnare e diminuire, mentre aumenterebbero al nord.
Peggio di così comunque non potrebbe andare. L'esperienza insegna che è sempre solo una parte relativamente piccola della popolazione che emigra, perché, per molte persone i costi sociali ed economici della migrazione sono semplicemente troppo onerosi - anche in tempi di crisi. Anche gli incentivi alla migrazione per le persone altamente qualificate diminuiscono e in modi molto diversi. Il capitale umano acquisito può essere trasferito in un altro paese spesso solo grazie a costi elevati o addiritttura in alcuni casi non è possibile farlo, a causa dei diversi livelli di istruzione tra gli Stati. Spesso, le parti interessate devono imparare da capo una nuova lingua, cosa che rappresenta un onere decisamente gravoso. Questo spiega anche perché la migrazione dal Sud verso il Nord dell'Unione Europea, è riuscita fin qui solo in parte, nonostante l'evoluzione molto diversa dei mercati del lavoro.



Inoltre, è possibile che la migrazione di manodopera qualificata non comprometta definitivamente il capitale umano del paese d'origine. Le nuove teorie della fuga di cervelli suggeriscono che solo il fatto di prendere in considerazione la possibilità di emigrare in un altro paese è una buona motivazione nell’​investire nella propria formazione. Spesso, migrano solo persone che oltre ad avere le qualifiche adeguate parlano anche la lingua del paese di destinazione. Tuttavia, dato che solo una parte di queste persone finisce in realtà per lasciare il paese, questo può persino migliorare il paese da cui provengono, se non ostacola la migrazione. Studi statistici hanno confermato quest’ultima teoria. Inoltre, molti immigrati non rimangono per sempre all’estero. Al ritorno, l’ulteriore esperienza di studio e di lavoro conseguiti all'estero, diventano un aiuto nel proprio paese. Certo investimenti privati di questo tipo nell’istruzione promossi in certi paesi in crisi risultano essere ancora molto ristretti. La crisi economica è arrivata senza prevviso, molti hanno lasciato il paese improvvisamente e senza molta preparazione. I numerosi partecipanti ai corsi di lingua, tuttavia, dimostrano che qualcosa sta cambiando. A breve termine i paesi in crisi potrebbero fallire, perché la forza lavoro migra verso il Nord. A medio e lungo termine, se gli investimenti nell'istruzione aumentano e la migrazione di ritorno assume nuova importanza, i paesi d'origine potrebbero persino trarne profitto.

Giovani cervelli in fuga

Disoccupati altamente qualificati nel SudDue argomenti garantiscono anche che la fuga di cervelli è una perdita che può essere gestita al meglio. In primo luogo, le cifre dei migranti attualmente sono ancora troppo basse per incidere notevolmente sul mercato del lavoro e la crescita. In secondo luogo, il capitale umano esistente nei paesi in questo momento non è sfruttato - inoltre la disoccupazione tra i giovani altamente qualificati è troppo alta. Il deflusso di capitale umano non utilizzato dall'economia difficilmente può influire sulla perdita di benessere.
Il Sud Europa non deve quindi avere paura di una fuga di cervelli. Le conseguenze a breve e lungo termine sono gestibili. Ora è importante rimuovere le barriere legali ed economiche alla mobilità lavorativa e incrementare gli incentivi per la migrazione di ritorno. A lungo termine, le economie nei paesi del sud potrebbero trarre beneficio dalle esperienze accumulate negli altri paesi dai loro migranti.

03 settembre, 2012

Una “Silicon Valley” in Trentino


Ein “Silicon Valley” im Trentino

Pubblicato in Austria il 26 agosto 2012
Traduzione di Claudia Marruccelli per ItaliaDallEstero


Fondazione Bruno Kessler
Il Trentino-Alto Adige è il fiore all’occhiello di un’italia economicamente forte: grazie ai suoi investimenti in idee innovative e nuove imprese, la regione sta diventanto la “Silicon Valley” delle Alpi.
Al Bar Italia in Piazza Duomo, nel centro storico di Trento, si incontrano per l’aperitivo non solo i trentini ma anche clienti da tutto il mondo. Negli ultimi anni numerose aziende nel campo dell’alta tecnologia hanno aperto sedi nella regione. Scienziati da tutto il mondo sono attirati dalla tranquilla città sull’Adige. Ricercatori ed esperti nel trattamento dati e nella tecnologia dell’immagine arrivano qui a Trento dalla Technische Universität di Vienna. Il settanta percento dei dottorandi della celebre ICT (International Doctoral Schol) arriva dall’estero. Il Trentino Alto Adige grazie a numerosi investimenti da parte della Provincia nel campo della ricerca, ben al di sopra della media europea, può fregiarsi del titolo di “Silicon Valley” delle Alpi.
Anche se l’agenzia di rating Moody’s ha declassato la città di Trento da A1 a A3, la regione è il fiore all’occhiello di un’Italia economicamente forte. Le facoltà dell’Università di Trento occupano posizioni di spicco nelle classifiche internazionali. Mentre secondo l’Istat, nel resto del paese il tasso di disoccupazione è salito al 10.8 per cento, il Trentino con il suo 4 per cento ha la quota di disoccupati più bassa in questa Italia in crisi, mentre la disoccupazione giovanile raggiunge appena il 13 percento.
Anche se non sono presenti grandi multinazionali come l’HP, la Apple o l’Intel, non mancano nomi altisonanti. La Fondazione Bruno-Kessler (FBK), leader nel campo della fisica nucleare, e la Cosbi Microsoft Research, leader nelle sinergie tra informatica e sistemi biologici, si sono insediati su questo territorio.

Laboratorio della FBK

Nella scorsa primavera l’EIT ICT, l’Istituto Europeo di Tecnologia, ha inaugurato la sua sede a Trento. Altri centri dell’Istituto sono dislocati a Berlino, Parigi, Stoccolma, Helsinki ed Eindhoven, favorendo un forte impulso alle innovazioni nel campo della tecnologia dell’informazione e della comunicazione.
L’Università di Trento collabora con aziende del livello di Telecom Italia, il CNR e il Centro Ricerche della Fiat. Ma solo il denaro non basta, se manca il coraggio di affrontare cose nuove. “Con le nuove tecnologie stiamo creando nuovi posti di lavoro, questo è il nostro modo per uscire dalla crisi”, dice il presidente della Regione Lorenzo Dellai. Inoltre in primavera è stato siglato un accordo bilaterale tra Italia e Austria: le università di Bolzano, Trento e Innsbruck hanno dato vita a un progetto di “Erasmus di seconda generazione” particolarmente rivolto alla ricerca e alla formazione di qualità.
“L’innovazione inizia dalla base. Condizioni favorevoli dall’ ”alto” creano un terreno fertile per le nuove imprese che daranno nuovi posti di lavoro” aggiunge convinto Fausto Giunchiglia, dirigente dell’Istituto per le Tecnologie della Ricerca e Comunicazione dell’Università di Trento.
Julian Stöttinger dopo aver fatto per alcuni anni il ricercatore ad Amsterdam e Parigi vive dal mese di giugno del 2011 nel Norditalia. Il 31enne austriaco ha completato il suo dottorato in Computer Vision Lab presso la Technische Universität di Vienna e fa ricerche sulla “Gestione delle Conoscenze” a Trento. “Ci sono sempre più quantità di dati, occorre quindi saper gestire queste conoscenze e renderle disponibili online” chiarisce Stöttinger.


Grandi aziende come Google, uno degli sponsor nel campo della ricerca a Trento, non sanno più come gestire nell’elaborazione elettronica questa mole sempre crescente di dati. Si tratta quindi di migliorare i rapporti tra immagini e parole.
Per chiarire la questione Stöttinger fa questo esempio: se cerchiamo in Internet la parola “Paris Hilton”, troveremo notizie sia sulla capitale francese, che sulla catena di Hotel, ma anche sulla diva. Se digitiamo separatamente le due parole il risultato è diverso”.
Un buon esempio è anche “New York”. Dobbiamo ringraziare persone come Stöttinger se quando cerchiamo in un motore di ricerca questa parola troviamo immediatamente informazioni sulla nota metropoli statunitense e non solo notizie sulla contea inglese di York oltre a molto altro sulla parola “New”.
Anche se l’esperto in elaborazione immagini ama andare in montagna nel suo tempo libero, l’Alto Adige non sarà la sua meta definitiva: “Nel nostro campo è importante accumulare varie esperienze all’estero”. Un altro ricercatore, Oswald Lanz, è responsabile del settore della tecnologia visiva alla Fondazione Bruno Kessler.
In pratica il suo lavoro viene sfruttato per un sistema di elaborazione immagini di persone in movimento. Il sistema esegue un’analisi dei movimenti delle persone utlizzato per ottimizzare l’allenamento degli atleti durante i grandi eventi sportivi, come per esempio nelle recenti Olimpiadi di Londra.
Silicon Valley Trentina

Lotta alla disoccupazione giovanile
La pausa estiva del premier Mario Monti e dei suoi ministri è stata breve. Venerdì scorso il Consiglio dei Ministri ha già discusso le nuove misure per rilanciare l’economia in crisi. Si è discusso tra l’altro di alleggerimento fiscale per gli imprenditori e lotta alla disoccupazione giovanile. Il 69enne docente di economia ha anticipato che darà il via libera solo a quelle proposte sostenibili anche finanziariamente. Sarà data priorità a quelle misure necessarie per affrontare la disoccupazione giovanile che, secondo le statistiche Istat, ha raggiunto a livello nazionale la cifra record del 34 percento. La crisi ha colpito anche le Università, con un tasso di disoccupazione che, rispetto all’anno scorso, è cresciuto del 41.4 percento nel primo trimestre del 2012. Il ministro del lavoro Elsa Fornero concretizza le sue misure riducendo le imposte sugli stipendi, attualmente già molto alte, e si fa promotrice di una riduzione fiscale per gli imprenditori che assumono giovani.
Anche lo sviluppo delle infrastrutture fa parte del nuovo pacchetto di misure. L’Italia ha urgente necessità di infrastrutture moderne, i cui costi sono stimati intorno ai 300 miliardi di euro. Con le agevolazioni fiscali dei grandi lavori strutturali si riuscirà nuovamente a rilanciare l’edilizia. L’anno scorso ben 27.000 imprese nel settore delle costruzioni sono state costrette a chiudere a causa della crisi. L’assegnazione delle concessioni edilizie sarà resa più trasparente e ci saranno norme più severe contro la corruzione. La pubblica amministrazione si aggiornerà con nuove tecnologie. Il governo vuole creare condizioni più attraenti per l’imprenditorialità e ridurre la burocrazia. Un piano energetico prevede investimenti per la creazione di nuovi gasdotti dall’Algeria. L’Italia punta ad affermarsi come piattaforma gigante per le importazioni di petrolio e gas dal Nord Africa e Asia Centrale verso l’Europa.

28 maggio, 2012

Italiani rassegnati

Trostlos in Italien

di Riccardo Mastrocola



La crisi dell’euro ha scosso il paese, nonostante ciò insiste nei vecchi modelli – Un reportage dalla città di Piedimonte

Riccardo Mastrocola
La crisi che da mesi affligge l’Italia è uno dei grandi temi della politica europea. L’emittente giornalistica Hr-info dà il via oggi ad una serie di trasmissioni dal paese, in cui si dà voce alle vittime di questa crisi. L’inviato di hr-info, Riccardo Mastrocola, ci racconta i suoi incontri a Piedimonte San Germano. In questo articolo descrive le sue impressioni, che sono tutt’altro che positive.
Sulla piazza giocano dei bambini, al bar gli anziani si dividono una bottiglia di Peroni giocando a carte. In questo periodo di maggio ovunque si sente il profumo degli aranci in fiore. I 6000 abitanti di Piedimonte San Germano, vivono circondati da alte catene montuose, per arrivare alla spiaggia più vicina ci vuole mezz’ora di macchina. Roma si trova a nord, a ben 100 chilometri di distanza. Piedimonte è situato nel primissimo meridione con tutti i tipici stereotipi legati ad esso. Qualcuno pensa all’ospitalità, alla vivacità e alla Dolce Vita, altri invece alla disoccupazione, all’arretratezza e alla criminalità. Piedimonte comunque non è certamente un paese da cartolina, ha ben poco di poco attraente. Ma lo amo perché vi ho ​​trascorso la mia infanzia.

Grafico che illustra l'andamento del PIL in Italia, Spagna e Francia dal 1995 al 2012

Alla ricerca di riforme
Vengo qui di norma un paio di volte l’anno, da turista. Questa volta ho cercato di vedere il paese con occhi diversi, di cercare cambiamenti, segnali di nervosismo, tracce della riforma politica del Primo Ministro Mario Monti. Ma una settimana dopo, quando sono atterrato a Francoforte, ho avvertito come una sensazione di vuoto allo stomaco. So che alcune storie che devo raccontare sono tristi. E so anche che sarà difficile per Monti cambiare questo paese. I problemi sono molto più profondi (di quel che sembra ndt).
Silvia ha circa 35 anni, ha un figlia di quattordici anni e non ha marito. Lavora in un tipico bar italiano, nove ore al giorno, sei giorni a settimana. Guadagna circa 700 € al mese. La cosa assurda è che lei è felice così. Perché prima stava peggio: per un lavoro in una fabbrica di abbigliamento il contratto prevedeva circa 1100€ netti: “Mi hanno pagato solo 500€, nemmeno la metà di quello che era previsto dal contratto”.
Questo è l’andazzo. Chi non si adegua non stia nemmeno a guardare al mercato del lavoro. Da più parti mi arrivano conferme in questo senso, anche da Antonio Massaro, direttore dell’ufficio del lavoro nella vicina città di Cassino, “E’ una fregatura! Qui è così e più a sud è ancora peggio, si tratta di un espediente illegale con cui vengono spillati soldi dalle tasche dei dipendenti che vengono raggirati e anche lo Stato “.

Una truffa da miliardi
Mettiamola così: quello che l’imprenditore deve versare allo Stato, se lo riprende dal dipendente, oppure paga in nero. Certo molti piccoli imprenditori in Italia si trovano in difficoltà, ma questo tipo di frode allo stato costa miliardi. L’Italia perde complessivamente 120 miliardi di euro all’anno di tasse. Quattro volte quello che paghiamo noi tedeschi al fisco. Ecco perché il Premier Monti aumenta le tasse. E la pressione fiscale aumenta sempre più.
Secondo il capo dell’ufficio del lavoro Antonio Massaro questo inoltre inasprisce sia gli animi che la crisi. E continua a parlare con franchezza. Gli chiedo quanti posti di lavoro sono stati assegnati nella regione. Sorride, allarga le braccia e dice: “Nemmeno uno. Non abbiamo combinato nulla, il mercato del lavoro è morto..” Quello ufficiale, per lo meno.
E poi racconta di imprenditori che si lamentano che i propri dipendenti sono persone raccomandate da funzionari politici, che spesso nelle aziende va avanti solo chi ha le conoscenze giuste, che il lavoro in sé stesso è una questione secondaria. Lì domina il famoso nepotismo, a causa del quale la qualità e la competenza professionale diventano aspetti marginali.


Piedimonte San Germano
Alla ricerca di un controesempio positivo mi imbatto in Gianfranco di Piedimonte, giusto impegnato in un lavoretto in nero, per così dire. Sta costruendo una recinzione nel giardino di un collega della Fiat. Gianfranco è un operaio della Fiat. La casa automobilistica è anche il più grande datore di lavoro nella regione. Chiunque abbia un contratto può ritenersi fortunato, pensavo.
Gianfranco ha una moglie e un bambino piccolo “Non posso pensare ad un secondo figlio, nessuno dei miei colleghi ha più di un bambino, costa troppo”. Un giovane operaio della Fiat guadagna 1.200 € netti al mese, certo, pagati regolarmente, ma purtroppo non bastano. E a causa della crisi si lavora part-time e quindi si guadagna decisamente di meno. Al momento solo 700 o 800 euro mensili. Gianfranco si lamenta: “Come si può guardare al futuro ed essere felici?” L’amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne vuole produrre auto in tempi più brevi spendendo sempre meno, ha rifiutato il contratto collettivo nazionale minacciando di andare via dall’Italia: “In ogni caso abbiamo poco, e lui continua a sfruttarci”, dice Gianfranco mentre continua ad avvitare la recinzione al muro. Ha bisogno di arrotondare, nonostante il lavoro sicuro a tempo pieno alla catena di montaggio della Fiat.

Voglio prendere una boccata d’aria a Piedimonte Alta, un quartiere sulla collina. Accanto a me, il mio vecchio amico d’infanzia Carlo. Guardiamo insieme la vasta pianura fertile. Una bella valle. Questa è una cartolina, penso. Ma Carlo, di professione avvocato non mi concede pausa, punta il dito a sud e dice: “Laggiù c’è la camorra”. Là, a soltanto 20 chilometri oltre il confine della regione Campania, si spara. Qui tutto è calmo, “ma è una zona in cui la malavita fa affari”.
Si tratta di riciclaggio di denaro. Di investimenti nelle piccole imprese, in negozi di arredamento o abbigliamento, concessionarie d’auto o grandi progetti edilizi. E poi Carlo mi stupisce quando dice: “la camorra ha investito qui legalmente, lava il denaro sporco, ma porta la prosperità, tanto comunque il denaro andrebbe comunque da qualche parte …” Sono senza parole.
“Non ti importa da dove possa provenire il denaro?” Chiedo. “No,” dice Carlo, “da un punto di vista morale, certo che no.” Il problema sembra quindi essere da dove arrivano di soldi, non dove e come vengono investiti.

Ingresso dello stabilimento Fiat a Cassino

Mi chiedo come posso fare a spiegarlo ai tedeschi. Non va bene così, amico mio! Ma Carlo resta calmo: “Quello che è importante per la nostra regione è la tranquillità e poca criminalità, ed è quello che abbiamo qui” Così la vede Carlo. La pensano in molti così? Sì, qui molti la pensano così, dice Igor Fonte, un consigliere comunale dalla vicina città di Cassino. “La camorra ha bisogno esattamente di questa calma, di questa tolleranza per moltiplicare le proprie entrate e quindi far girare l’economia, non solo qui da noi, questo è un problema di tutta l’Italia”, dice il 29enne “Ci stiamo abbruttendo. Quel denaro è guadagnato con il sangue e la morte, proviene dal traffico di droga e da persone assassinate. “La camorra è, assieme alle altre tre grandi organizzazioni criminali, l’azienda più redditizia in Italia. Migliaia di posti di lavoro legali dipendono da loro.

Piedimonte San Germano è e resta un paesino – e le mie ricerche sono solo una minima parte di una realtà più grande. Eppure sento che metà del paese sta ingannando se stessa. Un’amica emigrata 20 anni fa nel nord Italia per fuggire da tutto questo, mi disse: “amico, Piedimonte potrebbe essere così bella.” E anche l’Italia.

19 maggio, 2012

Fuggire o morire?

Italien: eine Flucht in die Ferne oder in den Tod

Giovani e crisi, siamo messi così male?

 Italia: verso la fuga o la morte. Il paese patisce enormemente le conseguenze della crisi del debito pubblico e le misure di austerità imposte del governo. Giovani laureati emigrano in massa – e molti disperati si tolgono la vita.

Articolo originale di Kordula Dörfler
Pubblicato in Austria il 4 maggio 2012
Traduzione di Claudia Marruccelli per Italia Dall'Estero
Pubblicata su Il Fatto Quotidiano  

Il paese dei suoi sogni è bagnato dal mare. Ha una forma allungata, migliaia e migliaia di chilometri di coste e alte montagne, il clima è piacevole, c’è buon cibo e vino buono e tesori culturali di ogni epoca della storia occidentale. Daniela M. 32 anni, trattiene a fatica le lacrime quando parla della terra dei suoi sogni. Non avrebbe mai immaginato di doverla abbandonare, forse per sempre. Ma questa è la sua ferma decisione, lasciare l’Italia, perché nel paese dei suoi sogni non esiste una cosa: un futuro per i giovani.
“Non vedo altre possibilità“, dice la donna snella con gli occhiali scuri, e la sua voce riprende sicurezza. E’ tutto pronto, in estate prenderà l’aereo per andare in Australia. Dopotutto, anche lì ci sono un clima mite e il mare ad attenderla – e un lavoro.
Le ha tentate tutte dopo aver finito gli studi.  Non si contano le domande di impiego che ha spedito. “Dalla maggior parte non ho nemmeno ricevuto una risposta.” Nessuno ha voluto assumere la giovane architetto, almeno per non più di sei mesi. Infine ha accettato un lavoro qualsiasi, in un call center ha dato consigli a clienti impazienti, ha fatto la cameriera. Ha guadagnato veramente poco, troppo poco per vivere, troppo per morire. E così vive con i suoi genitori in un piccolo appartamento nei pressi di Roma, perché, come si può vivere con poche centinaia di euro in una città costosa come Roma?


La maggior parte non ha più alcuna speranza
A M. non piace parlare della sua storia, ma stare tra persone che la pensano come lei l’aiuta. Decine di giovani sono arrivati  per un convegno chiamato “Emigrazione 2.0” che si è tenuto in una ex discoteca di Roma. Hanno un buon curriculum formativo ma sono senza lavoro fisso. La maggior parte tra l’altro non ha alcuna speranza di ottenerlo. La crisi finanziaria ha fatto salire il tasso di disoccupazione al 9,4 per cento. La cosa più grave è che colpisce i giovani. Un 35enne su tre e un 25enne su due non ha un lavoro. Sempre più giovani hanno a che fare con un lavoro temporaneo e mal pagato. Ciò consente ai datori di lavoro di risparmiare molto, mentre i lavoratori precari non hanno quasi diritti.
E non finisce qui, perché il governo vuole modificare l’art. 18. E mentre combatte con i sindacati, la disperazione dilaga, da questo punto di vista il cambiamento di governo avvenuto nel 2011 ha cambiato poco. Dopo un breve periodo di sollievo, la crisi colpisce molti con tutta la sua forza. Sempre più giovani vedono un’unica via d’uscita: lasciare l’Italia, in particolare proprio quelli di cui il paese avrebbe così tanto bisogno: personale altamente qualificato, docenti universitari, medici, architetti, ingegneri. Circa 600.000 negli ultimi dieci anni.
Particolarmente forte è l’esodo proveniente dall’arretrato Sud. Ma anche dal nord si parte per andare lontano. “Questi giovani non si accontentano di giocare in serie B, vogliono restare in serie A“, spiega il demografo Alessandro Rosina.
Del resto l’emigrazione non è un fenomeno nuovo in Italia, a partire dal 19° secolo ci sono sempre state ondate di emigranti, soprattutto verso l’America e l’Australia. Ma a differenza dell’ultima ondata, avvenuta negli anni ‘60 e ‘70, non sono più prevalentemente i lavoratori non qualificati a cercare la loro fortuna all’estero, anche al di là delle Alpi. “Questa è una forma di emigrazione finora sconosciuta in Italia“, spiega Gabriele di Mascio della UIM, che si occupa e segue gli italiani all’estero – e coloro che vogliono emigrare. E’ uno dei padri fondatori del convegno “Emigrazione 2.0” e si sorprende del grande afflusso [di partecipanti]. Dovrebbero seguirne altri, il prossimo a Londra, una delle mete preferite per i giovani italiani, e forse anche a Berlino.

Secondo le statistiche, un suicidio al giorno
Ma non tutti hanno il coraggio di emigrare. Lucia (28), un ingegnere disoccupato, non vedeva via d’uscita dalla miseria. Si è gettata da un balcone a Cosenza. “Non riusciva più a vivere in questa Italia, non ha visto altra soluzione” ha scritto la madre in una lettera aperta al giornale locale.
In questi giorni storie quotidiane come queste creano sgomento negli italiani, ogni giorno i media raccontano di persone che si tolgono la vita – a causa della crisi. Alcuni ricorrono a mezzi estremi per protesta: un operaio a Bologna si è dato fuoco morendo giorni dopo, a fine marzo anche un operaio edile marocchino si è dato fuoco davanti al municipio di Verona perché senza stipendio da quattro mesi. Una persona disabile, che aveva chiesto invano il rimborso delle spese per le terapie mediche, poco prima di una visita del Primo Ministro Mario Monti a Napoli, si è dato fuoco.
Ci sono anche pensionati a cui è stata ridotta la pensione e per questo la fanno finita, come recentemente è successo ad una signora siciliana. E ci sono anche capaci imprenditori ridotti sul lastrico, piccoli e medi imprenditori, la spina dorsale dell’economia: sono colpiti dalla mancanza di ordinazioni, aggravati da mancate riscossioni del credito e ritardati pagamenti dei fornitori e clienti.
Dal 2008 al 2011 sono fallite più di 40.000 aziende e secondo una statistica solo nel 2011 la crisi ha portato al suicidio una persona al giorno. L’associazione artigiana parla anche di oltre 1000 suicidi, un aumento del 24 per cento dal 2008, dato che nel 2012 forse verrà superato. E chi ha un lavoro, teme per il futuro. Gli stipendi a reddito fisso sono in netto calo, in compenso aumentano i prelievi fiscali e le tasse imposti dalla politica di rigore del governo. I consumi diminuiscono, i ristoranti non sono certi di poter restare ancora aperti, nei centri storici sempre più negozi chiudono, perché non possono più pagare l’affitto. Il 2012 potrebbe essere l’anno economicamente più difficile per l’Italia dal 1945.
“Non posso più aspettare che le riforme di Monti diano i loro frutti“, dice Michele F. (30), tecnico informatico, ma che oggi in Italia ha difficoltà [a trovare lavoro]. Andrà a Londra. Suo fratello vive già lì, è un medico, lo ha aiutato a trovare un posto di programmatore pagato meglio. “Londra mi aspetta“, dice con tono deciso, cercando di sorridere.